La cittadinanza? Una questione di buon senso

Il Populista 22 Novembre 2019

 Per Aristotele si può diventare cittadini solo a partire dalla terza generazione. E talvolta non basta, come dimostrano gli attentati islamici di Londra e Parigi nel 2015 e nel 2017

di Pietro Licciardi

Nella recente assemblea del Pd che si è svolta a Bologna dal 15 al 18 novembre il segretario Nicola Zingaretti ha rilanciato la proposta di modificare le regole di attribuzione della cittadinanza: non più il solo jus sanguinis ma anche jus soli e jus culturae.

Una mossa questa attesa e scontata per una serie di motivi. Il primo è che la sinistra, ex e post comunista, è stata allevata nell’ignoranza e nel disprezzo delle tradizioni, della cultura e della storia nazionale, al punto da non coltivare più alcun amore patrio, ritenuto un retaggio “fascista”, dal momento che anche gli attuali esponenti della galassia sinistrorsa provengono da quella scuola ideologica di Stato, egemonizzata dalla cultura marx-leninista, che ha letto e interpretato tutto ciò che è avvenuto in Italia e in Europa alla luce delle sua fallace, faziosa e poco scientifica ideologia. Il secondo motivo è che ritengono di appartenere ad una élite culturale rivoluzionaria, mai veramente condivisa dalla “massa”.

Da qui il loro sentimento anti-italiano e anti-popolare al punto da voler “rifare gli italiani”, secondo la famosa massima attribuita al torinese Massimo d’Azeglio (1798-1866) all’indomani della proclamata Unità. Un sogno e un vizietto mai abbandonato dalle sinistre di ogni epoca. Duce compreso.

Solo che oggi gli eredi del Pci, abbandonati dalla classe operaia e in drammatico calo di consensi, cercano l’avveramento del loro sogno e il loro riscatto elettorale non più mediante l’occupazione di ogni ambito culturale e sociale da cui irradiare una paziente, capillare e martellante propaganda, come avvenuto dal dopoguerra in poi, ma attraverso la ben più rapida ed efficace sostituzione etnica e culturale.

Il disegno in soldoni è il seguente: importare quanti più immigrati possibile, preferibilmente africani e islamici, allo scopo di ricostituire un proletariato da ideologizzare e sfruttare elettoralmente. Proletariato la cui cultura risulterebbe totalmente estranea a quella europea, dimostratasi per lo più refrattaria alle sirene del socialismo, reale e non, e con il quale condividere il comune odio coltivato dall’Islam per il cristianesimo, gli Stati Uniti e Israele.

San Tommaso d’Aquino, parlando dell’accoglienza dei forestieri nella sua Somma Teologica spiega che con gli stranieri possono esserci solo due tipi di rapporto: di pace o di guerra, ricordando che gli ebrei nella Vecchia Alleanza ritenevano di poter vivere in pace con gli stranieri solo quando questi transitavano come viandanti, quando emigravano in Terra Santa per abitarvi come forestieri – e in questo caso non dovevano essere afflitti o molestati – o quando volevano far parte della comunità ebraica abbracciandone riti e tradizioni, ma in tal caso iniziava un percorso piuttosto lungo e meticoloso per verificarne le reali intenzioni.

Secondo Aristotele “si possono considerare come cittadini solo quelli che iniziarono ad essere presenti nella Nazione ospitante a partire dal loro nonno” (Politica, libro III, capitolo 1, lezione 1). Da entrambi traspare molto buon senso, poiché accogliere stranieri che non hanno maturato un forte amore per il bene pubblico della Nazione che li ospita potrebbe nuocere, e molto; come dimostrano gli attentati islamici compiti in Gran Bretagna o Francia nel 2015 e 2017 ad opera addirittura di “cittadini” figli di immigrati di seconda o terza generazione.

A questo punto immaginiamo quanto può essere sensata la proposta di dare la cittadinanza a tutti coloro che pur essendo nati in Italia (jus soli) vivono in famiglie in cui non si parla italiano, si ascolta grazie alla parabola satellitare da mattina a sera Al Jazira o la Tv del proprio paese e i genitori proibiscono ai figli ogni contatto o fraternizzazione con gli appartenenti alla disprezzata civiltà occidentale. Il discorso non cambia nel caso dello jus culturae, ovvero la cittadinanza a chi in Italia ha frequentato un ciclo di studi. 

Il principio in teoria potrebbe essere valido, se la scuola fosse realmente capace di trasmettere i valori profondi e condivisi della nostra cultura, l’amore per le tradizioni, il senso di appartenenza ad una comunità. Ma i fatti dicono che la scuola italiana è in piena crisi di identità non essendo più capace di dare una solida cultura – a giudicare dalle talvolta grottesche figure di personaggi anche noti e laureati nelle loro uscite pubbliche – e soprattutto da decenni in mano a quella ideologia sopra menzionata che continua sistematicamente a mistificare e denigrare intere epoche della nostra storia patria ed europea, la quale fa del globalismo, dello sradicamento dalla propria tradizione nazionale e dell’essere “cittadini del mondo” un mito; ben rappresentato dal Progetto Erasmus.

Il succo del discorso è che la cittadinanza non si regala ma si merita e di questo sarà bene ricordarsi quando la proposta arriverà in Parlamento.