Trump: Obiettivo secondo mandato (2020-2024)

Le battaglie anti-gender del presidente più politicamente scorretto del XXI secolo

L’attuale presidente degli Stati Uniti non è il mio politico ideale ma, come ha sottolineato Marcello Veneziani nel suo editoriale di aprile 2019 della rivista “il Borghese”, in questo momento storico porsi la questione dell’indipendenza internazionale del nostro Paese non può non implicare un confronto con quella della leadership mondiale di Donald Trump.

A noi – come ha scritto Veneziani – Trump piace per negazione, perché è la bestia nera dell’establishment politicamente corretto, e apprezziamo alcuni aspetti della sua politica nazionale e protezionista. Ma da qui a farne il leader della destra mondiale ce ne corre. Non ci piace la sua figura, il suo percorso, il suo modo di porsi la sua politica estera, pur riconoscendo i grandi risultati socio-economici”. Da quest’ultimo punto di vista come non ricordare che gli Stati Uniti sono ormai un Paese in piena occupazione? Il tasso consolidato di disoccupazione, che è quello “fisiologico”, è infatti attestato al 4%, ed è quindi ai minimi da 17 anni (fonte: Il Sole24Ore).

The Donald vuole rafforzarsi in vista delle prossime presidenziali 2020
Con le questioni del Muro (cioè politiche restrittive in materia di immigrazione e questione del confine meridionale Trump vuole tirar dritto sul dossier del muro: non solo aggirando – tramite veto presidenziale – la risoluzione del Congresso che aveva cercato di bloccarlo ma difendendo in tutti i modi il provvedimento  del Russiagate (difesa dalle accuse d’ingerenza da parte della Russia per le elezioni USA del 2016 che l’hanno visto trionfare) e dei dazi all’Europa (circa undici miliardi di tariffe che dovrebbero colpire numerosi prodotti – soprattutto alimentari -, importati dal Vecchio Continente – in particolare invisi dai francesi, sui prodotti agricoli -, Trump sta impostando la sua strategia per incrementare i consensi e riconfermarsi alla Casa Bianca il prossimo anno.

Ma anche le politiche pro-vita e anti-gender stanno avendo il loro ruolo nella campagna elettorale del presidente. Politiche che hanno recentemente guadagnato all’amministrazione repubblicana l’epiteto di Discrimination Administration, cioè Governo delle discriminazioni, da parte del multimilionario National Center for Gender Equality, una rete LGBT fondata a Washington nel 2003. Vediamo perché.

Le nominations arcobaleno dei democratici: Joe Biden e Pete Buttigieg

Innanzitutto perché l’establishment liberal e Lgbt si sta già “apparecchiando” i due i candidati più appetibili in lizza per il Partito democratico.

Il primo è Joe Biden, il vicepresidente per due mandati di Obama (dal 2009 al 2017), che il 25 aprile 2019 ha annunciato la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico degli Stati Uniti. Vuole quindi sfidare Donald Trump nel 2020 in quanto (come lui) candidato anziano, esperto e istituzionale. È irlandese cattolico ma, come piace ai liberal, èun cattolico “adulto”, vale a dire pro-choice, pro-nozze gay e per un sostegno pubblico esclusivo alla scuola statale.

Dal 1993 parteggia e vota per i “diritti riproduttivi” (eufemismo per l’aborto) e, il Comitato nazionale per il diritto alla vita (National Right to Life Committee), nel valutare la sua carriera politica (sulla base delle votazioni e delle dichiarazioni pubbliche), nel 2006 gli ha dato 0%, etichettandolo quindi come il candidato più pro-abortista d’America.

Nel 2017, passato all’opposizione, ha definito il matrimonio come l’unione fra “chiunque si ami” a prescindere dal sesso biologico di appartenenza. Per quanto riguarda la famiglia, la Christian Coalition, nel valutare la sua storia di voto l’ha definito uno dei politici più anti-famiglia già nel 2003.

L’altro politico arcobaleno che si è candidato a sfidare Trump è il sindaco di South Bend (Indiana) Pete Buttigieg, assurto all’attenzione dei media per aver baciato il “marito” in diretta tv. Iniziativa con la quale ha aperto la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Buttigieg è espressione piena della sinistra liberal, progressista e sostenitrice dei “diritti Lgbt”.

Lui stesso, gay dichiarato, sta facendo della sua omosessualità una bandiera politica, con il sostegno dei media statunitensi, pronti a tirargli la volata. Ma se fino ad ora si era limitato soltanto a parlarne pubblicamente, l’aspirante presidente ha deciso di portare la sua vita privata in diretta tv e baciare l’uomo che ha “sposato” nel 2015, in diretta tv.

Da quando, nei giorni scorsi, Buttigieg ha ufficializzato di essere in corsa per la nomination democratica, i giornali americani hanno iniziato a esaltarne l’immagine, strumentalizzando la sua omosessualità, quasi come fosse garanzia di capacità amministrative. Sono gli stessi giornali che nel 2016 tirarono la volata in ogni dove a Hillary Clinton, “brava perché donna e di sinistra”, ma questa storia, come sappiamo, ha avuto un finale diverso.

Trump pro-life

Donald Trump, da presidente degli Stati Uniti si è sempre impegnato a favorire la natalità. Non a caso da alcune recenti inchieste e sondaggi di questi primi mesi del 2019 sembra che la comunità americana sia sempre più contraria all’aborto e pronta a sostenere politiche che non favoriscano le c.d. interruzioni volontarie di gravidanza.

L’appello fatto in tal senso da The Donald durante il discorso di inizio anno sullo Stato dell’Unione (ha chiesto leggi per vietar l’aborto tardivo, ovvero dopo la 24ma settimana), sembra quindi aver avuto successo. Gli ultimi provvedimenti che si sono avuti in Ohio (Stato a guida repubblicana), parlano chiaro.

Parliamo di una legge che prevede nuove restrizioni sull’aborto e che, in sostanza, vieta di porre fine alla gravidanza dopo il primo battito cardiaco del feto, che di solito coincide con le prime sei settimane di gestazione. Tutto il contrario di quanto fatto nel gennaio scorso dal Governatore democratico dello stato di New York Andrew Cuomo.

In Ohio invece i medici che violeranno questa ultima legge incorreranno nel rischio di un anno di carcere e multe dai 2500 ai 20mila dollari. Ma non è un caso isolato. Nuove disposizioni simili a favore della natalità sarebbero in cantiere in altri stati guidati da governatori repubblicani, come il Tennessee, il Texas, la Georgia, il Mississippi e il Kentucky.

Ricordiamo come giusto due anni fa, nell’aprile 2017, fortemente voluto da Trump, ha prestato giuramento come giudice della Corte suprema americana Neil Gorsuch. Una vera e propria vittoria al congresso dell’amministrazione Trump, a causa delle sue posizioni contrarie all’aborto e all’eutanasia, che hanno causato un deciso ostruzionismo democratico.

La partecipazione di Donald Trump alla Marcia per la Vita di Washington del gennaio 2018 ci ha poi tutti profondamente colpiti. Tanto più che il presidente ha dichiarato il 22 gennaio, anniversario dell’emanazione nel 1973 della sentenza abortista Roe vs. Wade, “Giornata nazionale della santità della vita”.

Il defunding della Planned Parenthood

Fin dai primi mesi dal suo insediamento, Trump ha tolto i finanziamenti federali alle Ong internazionali abortiste, compresa la “multinazionale dell’aborto” Planned Parenthood. Ma anche in questo caso l’establishment ha reagito. E recentemente il giudice federale dello Stato di Washington (da sempre a maggioranza democratica) ha temporaneamente bloccato il piano anti aborto realizzato dal presidente. Così, a breve, la Casa Bianca sarà nuovamente obbligata ad erogare finanziamenti verso le cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza o forniscono informazioni per compierla. L’annuncio del rilancio di questo programma “pro life” era stato fatto dal Tycoon durante il discorso sullo Stato dell’Unione, a febbraio. Da allora, le politiche governative erano andate avanti senza grossi ostacoli, anzi.

L’anti-omosessualismo targato Trump/Pence.

Il vicepresidente di Trump Mike Pence non ha mai nascosto la sua contrarietà morale alla propaganda della pratica e dei “matrimoni” omosessuali. Trump, in gran parte, lo segue. Un esempio? Già da tempo annunciato, dal 12 aprile 2019 è entrato in vigore il divieto di prestare servizio militare ai transgender nell’Esercito degli Stati Uniti. Da questa data, quindi, nessuno di coloro che stanno cambiando sesso potrà effettivamente arruolarsi.

Nel 2017 Trump aveva seriamente obiettato alla possibilità dell’arruolamento di uomini che si trasformano in donne e viceversa, sostenendo la loro non adattabilità a sostenere i ritmi dell’esercito americano. All’inizio la proposta, com’era prevedibile, era stata bocciata dai giudici federali. In seguito, però, è stata approvata dall’Alta Corte. I transgender in servizio rimarranno al loro posto (sono circa 15mila), così come rimarranno al loro posto tutti i transessuali che verranno arruolati prima del 12 aprile.

Da quella data in poi, invece, tutti coloro che hanno cambiato sesso o che stanno assumendo ormoni per farlo, non potranno più essere arruolati. Secondo il Palm Center saranno circa 13.700 persone a lasciare l’esercito americano nel corso di questi mesi: questo perché in effetti l’US ARMY è la più grande fonte di lavoro della nazione.

La battaglia contro l’“omosessualizzazione” dei bambini

Nella battaglia contro i tentativi della lobby gay di “omosessualizzare” i bambini, Trump ha trovato di recente un altro importante alleato, il presidente Jair Bolsonaro, che di recente ha ribadito, nel corso di un’intervista al canale televisivo internazionale Fox News (marzo 2019): «Non ho niente contro gli omosessuali o contro le donne e non sono xenofobo, ma voglio che casa mia sia in ordine. Per me la definizione di famiglia è una sola, quella della Bibbia. Se vuoi essere coinvolto in una relazione omosessuale, fai pure, ma non possiamo permettere al governo di portare questa cosa in classe e di insegnarla ai bambini di 5 anni».

Dopo un incontro privato con il presidente americano Bolsonaro ha aggiunto: «Posso dire che il Brasile e gli Stati Uniti lottano fianco a fianco per garantire le libertà, per rispettare gli stili di vita della famiglia tradizionale e per rispettare Dio, il nostro creatore, contro l’ideologia del gender, contro gli atteggiamenti politicamente corretti e contro le fake news».

Non a caso i repubblicani hanno disertato il Congressional LGBT Equality Caucus, un gruppo di lavoro parlamentare per l’uguaglianza delle minoranze sessuali. I funzionari statunitensi stanno cercando quindi, con l’appoggio anche del Brasile, di eliminare la parola “gender” dai documenti e linee guida sui diritti umani dell’Onu.

Nei recenti incontri del Terzo Comitato delle Nazioni Unite, che si occupa appunto di diritti “sociali, umanitari e culturali”, la delegazione USA ha sollecitato la riscrittura delle dichiarazioni per rimuovere quello che è definito un linguaggio vago e politicamente corretto, che considera una “ideologia”: trattare l’orientamento sessuale come una scelta individuale piuttosto che come un fatto biologico.

Nel dicembre 2017 Trump ha firmato un decreto per congelare le proprietà finanziarie di tutte quelle personalità straniere – e le associazioni loro collegate – all’interno degli Stati Uniti, colpevoli di “sistematica corruzione e grave violazione dei diritti umani”. In applicazione del provvedimento (Executive Order Blocking the Property of Persons Involved in Serious Human Rights Abuse or Corruption) l’amministrazione porrà dei bollini sui passaporti delle persone oggetto di sentenza passata in giudicato per «un reato di tipo sessuale nei confronti di minori». Una misura forte del Presidente Trump, anche questa passata sotto silenzio da noi.


Nell’aprile 2018 il presidente ha poi firmato una legge, approvata dal Congresso, per combattere il traffico sessuale in rete. Nel promulgare il “Fosta”, acronimo di Fight Online Sex Trafficking Act, Trump gli ha voluto imprimere il massimo significato simbolico e mediatico, ricevendo fra l’altro e facendosi fotografare con un gruppo di “sopravvissuti” del traffico sessuale on line appositamente invitati alla Casa Bianca per la cerimonia.

Ora anche le “streghe 2.0” contro Trump…

Ora a fare l’opposizione a The Donald ci si sono messe pure le streghe. Infatti, pare che esoterismo e tarocchi siano diventati una moda che sta travolgendo molte donne in America che, anche per questa via, si uniscono al rigurgito di femminismo ideologico e delle campagne anti-Trump.

È un reportage di Luciana Bellini sull’inserto D del quotidiano la Repubblica a raccontare il grande ritorno delle streghe in America. Un vero grande business, un ritorno all’esoterismo con pennellate (neanche troppo nascoste) di politica e strumentalizzazione sociale. Accanto ai tarocchi e al malocchio da scacciare, adesso, c’è l’attivismo.

Perché le nuove streghe americane sono smart, 2.0, capeggiate da donne super social come Amanda Yates Garcia, ribattezzata “L’Oracolo di Los Angeles” per i suoi incantesimi lanciati contro Donald Trump. Niente pentoloni, pugnali o corsetti, quindi: tutte queste armi sono state sostituite da interventi politicizzati, in difesa del corpo della donna, dell’aborto, dell’omosessualismo. Con tanto di manifestazioni pubbliche riprese naturalmente dai grandi media e cartelli di protesta riproposti in tutte le salse.

The Donald? Un realista

Secondo me Donald Trump è un realista e, anche a livello internazionale, sta continuando a sostenere un approccio piuttosto consolidato della politica estera ufficiale degli Stati Uniti, almeno quella a guida repubblicana. Tenendo conto, soprattutto, del disastro in politica estera determinato dalla linea Obama.

Quella sulla famiglia e la vita riflette una visione del mondo di Trump coerente e conforme al sentimento dell’America profonda (lui ripete sempre che segue quelli i suoi “sentimenti istintivi”). Nel suo apprezzato discorso di auguri natalizi 2017, disse fra l’altro: «Soprattutto stasera, ringrazio le famiglie americane. A Natale, ci viene ricordato più che mai che la famiglia è il fondamento della vita americana. E così, questo Natale chiediamo le benedizioni di Dio per la nostra famiglia, per la nostra nazione. E preghiamo affinché il nostro Paese sia un posto dove ogni bambino conosce una casa piena di amore, una comunità ricca di speranza e una nazione piena di fede».

Ma questa non è, evidentemente, la visione di Trump che ci propalano i grandi media europei… Quella che, per capirci, nel 2016 ci faceva considerare Trump “unfit” per il ruolo da presidente. A quattro anni di distanza, però, la musica almeno da questo punto di vista sembra essere cambiata!