Il nostro “mea culpa” ucciderà l’Europa

Il Populista17 Aprile 2019

Una delle cose che sta uccidendo l’Europa e l’Occidente è il senso di colpa, abilmente creato e istillato nelle nostre poco informate menti dalle sinistre, specialmente da quando, dal Sessantotto, hanno conquistato quasi ovunque il monopolio dei media e della cultura, a cominciare da scuole e università

di Pietro Licciardi

Uno dei capisaldi del senso di colpa che ci hanno instillato le sinistre è la credenza nel “grande saccheggio” dell’Occidente, ai danni di quello che una volta si chiamava il Terzo mondo. Il Nord del mondo, ricco perché “rapinatore”; il Sud del mondo rapinato.

Da qui il mea culpa che a tutti noi occidentali è stato chiesto di recitare e adesso di dimostrare aprendo indiscriminatamente le porte a tutti i migranti della terra, specialmente se africani. Uno schema che si è imposto anche in tanti ambienti cristiani, diventati permeabili al pensiero marx-leninista, non necessariamente nella versione hard della teologia della liberazione. Su di loro è stata fatta ricadere anche la “colpa” dell’evangelizzazione, che avrebbe cancellato le culture autoctone.

Eppure la storia del “grande saccheggio” alla luce di un esame serio e senza pregiudizi della storia si è rivelato in gran parte un ingiustificato mito e probabilmente l’Occidente ha dato al Sud del mondo molto più di quanto ha preso. Nel Medioevo i regni e le città d’Europa si sono letteralmente svenati per comprare le vitali spezie dall’Oriente e, anche dopo, quando i portoghesi e gli olandesi si sono affacciati nei mari asiatici affrontando grandi rischi, i maggiori vantaggi del commercio restarono tra le mani degli astuti mercanti di quei lontani Paesi, che esigevano fino al 75 per cento del valore delle merci come diritto di mediazione.

Stessa cosa ai giorni nostri, nei quali importiamo petrolio dai Paesi arabi e africani versando milioni di dollari a mercanti e governi che, ora come allora, si arricchiscono favolosamente senza che le loro economie reali ne traggano alcun vantaggio, salvo forse qualche piccolo emirato dell’Arabia, in cui i sudditi vivono nell’agio mentre i popoli confinanti restano nell’indigenza a pascolare capre e cammelli.

Sempre secondo la polemica terzomondista ci fu poi la fase dell’imperialismo coloniale, iniziata nel 1830 con la conquista francese dell’Algeria. Conquista peraltro iniziata come una azione di polizia contro le basi dei pirati e schiavisti berberi che infestavano il Mediterraneo e conclusasi con la supplica delle popolazioni locali ai francesi di restare perché esasperate dai soprusi e dalle violenze degli stessi berberi e ottomani.

Ma la parentesi coloniale fu assai breve poiché dopo aver raggiunto il culmine con la spartizione di Africa e Asia in zone di influenza nel Congresso di Berlino del 1884 già nel 1914 comincia la fine. Per di più non tutti i colonialismi furono uguali. Vi furono, è vero, eccessi e massacri tra le tribù spesso assai bellicose ma in Africa e Asia gli europei diedero una accelerazione a economie stagnanti, portarono nuove tecniche, introdussero coltivazioni sconosciute e crearono infrastrutture di strade, ferrovie, porti. Senza parlare del caso italiano, le cui conquiste coloniali furono tardive e ci costarono infinitamente molto più di quanto resero.

A soffrire semmai furono i colonizzatori occidentali, costretti a vivere in climi ostili, tra malattie e pericoli sconosciuti. Ebbene, di questo ingiustificato nostro senso di colpa parla anche il politologo e giornalista francese di origine italiana Alexandre Del Valle, autore di numerosi saggi tra cui il suo ultimo Il complesso occidentale. Piccolo trattato di de-colpevolizzazione (Paesi edizioni, Roma 2019, pp. 432, € 15) in Italia per un giro di conferenze.

Nel libro Del Valle insegna a liberarci del pregiudizio e dei luoghi comuni che stiamo rischiando di pagare assai caro, avvertendo che non sarà un processo semplice e indolore poiché la dittatura terzomondialista ha invaso ogni più piccolo anfratto delle nostre società, al punto che perfino a San Remo non vince chi canta meglio ma chi ha un nome e un cognome straniero.

L’obiettivo infatti è portarci al suicidio per scontare le “terribili colpe” accumulate nei secoli, in cui nel frattempo abbiamo abolito la schiavitù, inventato le università, separato la religione dallo Stato.

L’unica via d’uscita, avverte Del Valle, è cominciare a sfatare i miti fondativi della modernità, come l’odio per la civiltà cristiana, che si nutre della demonizzazione delle Crociate e della Chiesa cattolica o del presunto debito nei confronti della scienza arabo-islamica.

Torniamo dunque a conoscere e quindi ad amare la nostra storia e le nostre radici, in cui le luci superano di gran lunga le inevitabili ombre.