Immigrazione, non immigrazionismo!

da Il Populista 15 Aprile 2018

A dar retta ai grandi media nazionali sembrerebbe che i cattolici siano desiderosi di accogliere a braccia aperte tutti i migranti di questo mondo. In realtà non è proprio così…

di Pietro Licciardi

Quanti sono i cattolici italiani contrari ad una accoglienza indiscriminata dei migranti? Con tutta probabilità la grande maggioranza, che vorrebbe veder rispettati gli usi e i costumi del nostro Paese, che per integrare gli stranieri vorrebbe misure di assistenza e welfare erogate con equità e non a scapito dei cittadini. Una maggioranza, soprattutto, che chiede il rispetto delle leggi e delle regole da parte di chi approda in Italia.

A dar retta a certi preti e vescovi sembrerebbe che solo gli immigrazionisti siano siano i “buoni”, mentre tutti gli altri sarebbero egoisti dal cuore duro; insomma cattivi cristiani. Del resto non è forse vero che anche Gesù e la Sacra famiglia sono stati profughi e migranti?

Strumentalizzazione a parte – Giuseppe, Gesù e Maria si trasferirono semplicemente da una provincia all’altra dell’Impero romano e lo fecero portandosi dietro l’oro e gli altri cospicui doni preziosi recati dai Magi – sembra che i più e, ahinoi, tra loro anche parecchi ecclesiastici, parlino senza troppa cognizione di causa e, soprattutto, senza sapere ciò che sull’argomento “immigrazione” dicono il Catechismo e la Dottrina sociale della Chiesa, le uniche fonti deputate a orientare il vero buon cattolico.

Per quanto riguarda il Catechismo al paragrafo 2241 si legge: “Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono”.

E subito dopo: “Le autorità politiche [del Paese ospitante n.d.a.], in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri”.

Quindi accoglienza sì, ma “nella misura del possibile” e con piena facoltà da parte delle autorità di adottare quelle misure che garantiscano il bene comune degli immigrati ma soprattutto dei propri cittadini. Chiusura di porti e frontiere inclusa.

Altro caposaldo della Dottrina cattolica è, in sintesi, che il migrante è una persona e pertanto deve vedersi riconosciuti i diritti assicurati nelle società di approdo, senza essere trattato come “una merce”.

E qui il pensiero corre a chi considera coloro che giungono in Italia “risorse”, ovvero gente cui far fare i lavori rifiutati dagli italiani e che pagheranno le nostre pensioni. Quasi vi sia un retropensiero di questo tipo: continuiamo a vivere le nostre egoistiche vite senza figli che tanto a mantenere il nostro tenore di vita ci penseranno gli africani e gli altri immigrati, nuovi schiavi ai quali non solo far versare al posto nostro i contributi all’Inps ma anche raccogliere pomodori a un euro al giorno; uno dei lavori che, giustamente, i nostri giovani per quelle paghe non vogliono più fare.

Un terzo principio è che l’accoglienza non può e non deve andare a discapito delle società di partenza. A questo proposito è bene sapere che sempre più vescovi africani denunciano che a emigrare non sono i più poveri, che non saprebbero dove prendere i soldi per attraversare mezza Africa e pagarsi il passaggio sul gommone, ma i giovani più preparati, più determinati; forze vitali che dovrebbero e potrebbero contribuire a far uscire i loro paesi da uno sviluppo ancora precario e che invece preferiscono l’Europa, ammaliati dal miraggio – alimentato peraltro dalle organizzazioni criminali che sovraintendono la tratta – di più facili guadagni e maggiore ricchezza.

Questo voler accogliere a braccia aperte tutti quanti, senza preoccuparsi delle conseguenze che l’esodo ha nei rispettivi paesi di provenienza lascia intravedere, almeno in certi “buoni”, un altro retropensiero, questa volta di tipo neocolonialista. Facciamo arrivare quante più “risorse” possibile e in numero tale da risolvere il nostro drammatico calo demografico e la conseguente decrescita economica che ci affligge. In altre parole: deprediamo braccia anziché materie prime.

Altra cosa che i “buoni” si rifiutano di vedere ma che al buon cattolico non sfugge è che le culture non sono affatto tutte uguali e vanno giudicate alla luce della loro capacità di servire il bene comune e rispettare i diritti naturali delle persone. Cosa che non tutti i popoli fanno allo stesso modo.

Nell’islam, tanto per dire, ancora si giustifica e si pratica la schiavitù, perché il Corano la permette, e la donna è un gradino sotto l’uomo, come del resto in quasi tutto l’Oriente asiatico e in buona parte dell’Africa, dove dilagano pure superstizione e magia. Non rendersi conto di questo e proseguire sulla strada delle porte aperte significa peraltro dare un calcio a mille anni di progresso e di evangelizzazione.

Una cosa però i “buoni”, se vogliono veramente essere dalla parte dei migranti, oggi la potrebbero fare, imitando ciò che fecero i primi cristiani quando orde di barbari cominciarono ad invadere i territori di Roma: andare loro incontro col Vangelo in una mano e la Croce dall’altra. La loro conversione trasformò quelle tribù pagane e sanguinarie in un melting pot che divenne la vera risorsa dell’Europa e dell’intero Occidente. Da quel crogiuolo di popoli infatti, in poco meno di settecento anni, fiorì una civiltà ancora senza eguali.

Ma questo sembra andare contro uno dei loro più inossidabili principi del relativismo: “tutti gli dei sono uguali”…