La famiglia società sovrana e le sue implicazioni politiche: il “voto familiare”

1.La famiglia società sovrana nella “Lettera alle famiglie”

La tesi secondo cui la famiglia è la cellula della società ha avuto, nell’Occidente cristiano, una plurisecolare realizzazione istituzionale, sia nel costume sia nella legge. Essa è stata ben descritta da papa Giovanni Paolo II (1978-2005) con l’espressione di “famiglia sovrana”, contenuta nella Lettera alle famiglie del 2 febbraio 19941. Egli utilizza più volte questo termine, nuovo almeno nella sua formulazione, per rivendicare una reale originarietà, nonché “indipendenza” sociale e politica, della famiglia rispetto alla società ed allo Stato.

Scrive papa Wojtyla nel paragrafo n. 17 della Lettera: «Come comunità di amore e di vita, la famiglia è una realtà sociale saldamente radicata e, in modo tutto proprio, una società sovrana, anche se condizionata sotto vari aspetti. L’affermazione della sovranità dell’istituzione-famiglia e la constatazione dei suoi molteplici condizionamenti inducono a parlare dei diritti della famiglia. []Occorre davvero fare ogni sforzo, perché la famiglia sia riconosciuta come società primordiale e, in un certo senso “sovrana”! La sua “sovranità” è indispensabile per il bene della società. Una Nazione veramente sovrana e spiritualmente forte è sempre composta di famiglie forti, consapevoli della loro vocazione e della loro missione nella storia»2.

La famiglia è definita quindi da Giovanni Paolo II “non soggetta ad alcuno”, nemini obnoxia, o “ad altro”, alii non obnoxia, impiegando così una terminologia che nei testi del Concilio Vaticano II risulta indicare, ad esempio, l’indipendenza della magistratura che, quando “tutela dei diritti” (tuitio iurum), si dice “non soggetta ad alcuno” [nemini obnoxia (Gaudium et spes n. 75)]. In effetti il Papa sembra applicare all’unione familiare il concetto di sovranità proprio delle comunità politiche di diritto internazionale3.

2.La scarsa eco avuta dal Magistero sulla “sovranità della famiglia”

L’attribuzione della sovranità alla famiglia fondata sul matrimonio costituisce indubbiamente una novità del magistero di Giovanni Paolo II rispetto a quello dei suoi predecessori. Tranne rare eccezioni, tale suo insegnamento non è stato però molto ripreso e sviluppato dal mondo cattolico oppure, quando ciò è stato fatto, lo si è richiamato da parte di taluni ambienti teologici per criticarlo e/o sottilizzare4.

Nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato il 2 aprile 2004 su incarico dello stesso papa Wojtyla, l’espressione sovranità della famiglia non compare5, sebbene il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace che ne è l’autore ne conferma grosso modo il senso. Mi riferisco a quel passaggio in cui si ribadisce come «Le famiglie, lungi dall’essere solo oggetto dell’azione politica, possono e devono diventare soggetto di tale attività, adoperandosi “affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere ‘protagoniste’ della cosiddetta ‘politica familiare’ e assumersi la responsabilità di trasformare la società [Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Familiaris consortio del 22 novembre 1982, n. 44]. A tale scopo va rafforzato l’associazionismo familiare» (Compendio, n. 247).

3.Alcune voci pro-sovranità della famiglia

Il professor Pier Luigi Zampetti (1927-2003), che è stato consigliere, nominato nel 1994 da papa Woityla, dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali, è forse l’unico studioso italiano ad aver convintamente ripreso ed approfondito il suo insegnamento sulla sovranità della famiglia. Nel suo saggio “La Sovranità della Famiglia e lo Stato delle autonomie” il filosofo del diritto dell’università di Genova esordisce infatti affermando come, nel par. 17 della Lettera alle famiglie, si introduca un principio che, qualora adeguatamente sviluppato, potrebbe potenzialmente «[…] modificare il panorama culturale del mondo intero. La Famiglia, ha dichiarato Giovanni Paolo II, è una società sovrana. E’ la sovranità dell’istituzione-famiglia, in grado di propugnare e animare i diritti della famiglia, cioè i diritti dell’uomo all’interno della società. Si tratta di un’idea davvero rivoluzionaria, che è destinata a segnare il corso della storia»6. Zampetti precisa poi come la sovranità della famiglia non sia «[…] affatto alternativa alla sovranità dello Stato: è un momento essenziale per la sua realizzazione [] Una volta stabilito il raccordo tra società e Stato, il concetto di sovranità deve estendersi a entrambi [] L’uomo concorre all’esercizio del potere attraverso i soggetti sociali che si imperniano sul soggetto sociale famiglia. Quando parlo di sovranità della famiglia intendo alludere a un momento essenziale nel processo di formazione della volontà dello Stato»7.

Lo spagnolo Pedro Juan Viladrich, direttore dell’istituto di Scienze per la Famigliadell’Università di Navarra, nel saggio La famiglia “sovrana”, pubblicato sull’Osservatore romano subito dopo l’emanazione della Lettera alle famiglie, ha spiegato come l’affermazione del principio della sovranità della famiglia non sia propriamente “indolore” per certe odierne concezioni stataliste e pan-politiciste. Stando al prof. Viladrich, infatti, «Dire che la famiglia ha natura di soggetto sociale primordiale significa affermare che è titolare di diritti fondamentali propri. Tuttavia, se la sua natura di soggetto sociale e il suo patrimonio di diritti sono innati (non le sono concessi dallo Stato, né da qualche altra autorità), allora significa che questi hanno un fondamento proprio, autonomo, di potere [] Non implica alcuna metafora l’utilizzazione di questo termine così forte. Potere autentico [E’ questa, nel cuore dell’identità della famiglia, una dimensione specifica del potere, un’autentica bomba ad orologeria destinata a rivoluzionare molte cose, una dimensione di potere alla quale Giovanni Paolo II allude, nello stesso paragrafo n. 17 della Lettera alle famiglie, mediante una formula forte e suggestiva: sovranità della famiglia»8.

Quando si parla di “famiglia sovrana” non si vuole certo sostenere che essa non abbia bisogno di essere, quando necessario, sussidiata dallo Stato. Alla sua vitalità e persistenza non ha però contribuito quel welfare state burocratico, accentratore ed individualista che abbiamo conosciuto nel XX secolo. Oggi però, essendo esposta ad attacchiprovenienti a livello internazionale tanto da gruppi privati, quanto da organismi non governativi ed enti transnazionali, la famiglia necessita di una protezione speciale da parte dei poteri pubblici nazionali. Come ha lucidamente avvertito il Pontificio consiglio per la famiglianel suo documento Famiglia e diritti umani, del 9dicembre 19999, infatti, «[…] difendere la sovranità della famiglia contribuisce a salvaguardare la sovranità delle nazioni [poiché] sotto l’impulso di organismi pubblici internazionali, si elogiano supposti «modelli nuovi» di famiglia, che includono le unità familiari monoparentali fino alle unioni omosessuali. Alcune agenzie internazionali, sostenute da potenti lobbies, vogliono imporre a nazioni sovrane “nuovi diritti” umani, come i “diritti riproduttivi”, che abbracciano il ricorso all’aborto, alla sterilizzazione, al divorzio facile, ad uno “stile di vita” della gioventù che favorisce la banalizzazione del sesso e l’indebolimento della giusta autorità dei genitori nell’educazione dei figli» (nn. 72-73)10.

4.L’identificazione dei figli con i genitori dal punto di vista politico

L’esautoramento della “famiglia sovrana” ha in effetti prodotto un vero e proprio annientamento dei rapporti intergenerazionali, e quindi il venir meno dell’identificazione e della trasmissione di patrimoni “materiali e immateriali” da genitori a figli e da generazione in generazione. La gran parte dell’analisi economico-sociale ha in effetti come base di riferimento l’individuo ma, come ha recentemente ribadito il prof. Luigi Campiglio, prorettore dell’Università Cattolica di Milano, «[…] è altrettanto plausibile considerare la famiglia, e il suo reddito, come unità elementare di decisione, poiché tutti viviamo in una famiglia nel cui ambito vengono condivise tempo e risorse. E’ la famiglia, come società naturale, che decide sulle questioni economiche centrali, come l’acquisto di una casa o la ricerca di un posto di lavoro. In realtà quando si considerino i crescenti problemi d’assistenza a genitori molto anziani, ci si rende conto che l’unità decisionale diventa la catena generazionale di nipoti, genitori e nonni»11.

Ha osservato in altra ma speculare prospettiva lo psicanalista Ermanno Pavesi, docente di Psicologia alla Gustav-Siwerth-Akademie di Weilheim-Bierbronnen (Germania), non la democrazia in famiglia, ma «Solo un’adeguata identificazione con i propri genitori, e soprattutto con il padre, consente la formazione di una personalità ben strutturata, con un chiaro sistema di valori e quindi capace di resistere a seduzioni demagogiche. Un’identificazione inadeguata […] porta piuttosto alla formazione di un tipo umano meno capace d’instaurare rapporti stabili, labile e volubile, esposto alle influenze esterne e quindi destinato a essere coinvolto, se non travolto, in fenomeni di massa, il che può mettere in pericolo la stabilità della società […] Sulla via di una presunta autorealizzazione l’uomo moderno si è liberato progressivamente di quei rapporti con figure d’autorità che limitavano la sua autonomia: [e con il] rifiuto dell’autorità tanto a livello politico quanto a all’interno della famiglia… ha tagliato le proprie radici: cercava la libertà e si è ritrovato sradicato»12. Nell’epoca della globalizzazione appare sempre più evidente come il modello idealtipico della rappresentanza politica “moderna”, costruito sulla misura di una società fatta di individui “liberi” da vincoli familiari ed associativi, debba fare i conti con la sempre più preoccupante destrutturazione della dimensione “societaria” dell’esistenza. La teoria rappresentativa figlia della Rivoluzione francese, la quale assolutizza la “parte” dei parlamentari “generalisti”, pretendendo da essi (come “individui” e senza “mandato”) di esprimere ed esaurire la volontà nazionale ed il “bene comune”, di fatto, esagera e fraintende. Pertanto, in coerenza con una concezione che potremmo definire di “governo societario”, la proposta di riconoscere una reale rappresentatività politica alla famiglia, cioè ai genitori in vece dei propri figli minori, deriva, in certo senso, quasi come naturale conseguenza.

5.la proposta di “voto alla famiglia”: un itinerario storico da Rosmini ad oggi

La proposta dell’istituzione di un “voto familiare” fu avanzata, nell’ambito del pensiero sociale cattolico, fin dal 1848, da parte del sacerdote e filosofo Antonio Rosmini Serbati (1797-1855) che, nel suo fondamentale saggio La Costituzione secondo la giustizia sociale13, così argomentava il principio per cui ad ogni capofamiglia fosse dato un voto per ciascuna persona di cui avesse la responsabilità (e bocca che aveva da dover sfamare): «Il diritto elettorale […] Può essere esercitato per legittimo procuratore: il padre, il marito, il tutore e il curatore lo esercitano per i figliuoli non ancora emancipati, per la moglie, pei minori, per gl’interdetti: […] se il decoro muliebre vieta che le donne concorrano personalmente ai Collegi elettorali, esse esercitano nondimeno il loro diritto per procura come i figliuoli non emancipati; la moglie, i minori, gl’interdetti, gl’impediti per qualsivoglia cagione lo esercitano parimenti col mezzo del marito, del padre, del tutore, del curatore o d’altra persona»14.

Nei primi decenni del secolo scorso, la proposta del “voto alla famiglia” fu ripresa dall’Unione Internazionale per gli Studi sociali, fondata nel 1920 a Malines, in Belgio, da vari studiosi cattolici europei che fu posta, fin dalla sua istituzione, sotto la presidenza e la direzione effettiva del cardinale Desiré Mercier (1851-1926)15. Tale autorevole organizzazione, in un suo noto documento (allora conosciuto come il Codice Sociale di Malines, approvato nel 192716) affermava infatti, nell’articolo 33 dedicato alla Famiglia e l’organizzazione politica, che «Per garantire i diritti della famiglia importa che essa possa essere rappresentata nell’assemblea del comune, della regione, della nazione. Così, ad esempio, il padre potrebbe disporre, oltre che del suo voto personale, di un numero di voti uguale o proporzionale all’importanza del focolare di cui è custode»17. Tale principio non rimase senza eco se, nella costituzione approvata in Portogallo nel 1933 (e rimasta in vigore fino all’aprile del 1976), il diritto di eleggere un tipo di organismi deputati ad assumere una rilevanza notevole nell’organizzazione rappresentativa del tempo, vale a dire le “Giunte parrocchiali”, fu assegnato «[…]particolarmente alle famiglie ed esercitato dal relativo capo. A loro volta nell’organizzazione politica dello Stato, tali giunte concorrono all’elezione delle camere municipali e queste alle elezioni dei consigli provinciali; gli enti locali infine sono rappresentati (insieme ai corpi morali ed economici) nella Camera corporativa (artt. 17-19)»18.

Anche nella Carta dei diritti della famiglia,presentata il 22 ottobre 1983 dalla Santa Sede «[…] a tutte le persone, istituzioni e autorità interessate alla missione della famiglia nel mondo di oggi», viene riconosciuta una soggettività politica alla comunità familiare come tale. Nell’art. 8 di questo documento, infatti, gli si attribuisce (sebbene senza specificare il come) un «[…] diritto di esercitare la sua funzione sociale epolitica nella costituzione della società»19.

Qualcuno potrebbe definire questo tipo di questioni e proposte come del tutto anacronistiche, tanto più nel clima individualista ed anti-familiare che stiamo sempre più attraversando. Eppure se ne discute in ambito istituzionale da diversi anni sia in Austria20 sia in Germania e, nel nostro Paese, varie realtà dell’associazionismo familiare21 se ne sono fatte esplicitamente promotrici.

In Germania proprio al mondo dell’associazionismo familiare22, ed in particolare all’impegno culturale di uno dei suoi maggiori leader, il prof. Norbert Martin23, si deve la battaglia che ha condotto alla proposta, presentata ufficialmente nel 2004 da una quarantina di deputati tedeschi appartenenti a tutti i partiti rappresentati nel Parlamento federale, di riformare il sistema elettorale calcolando il numero dei componenti familiari. In base a questo sistema, chiamato “Wahlrechht ab Geburt” (diritto di voto fin dalla nascita), uno dei genitori potrebbe votare in base al numero dei propri figli minorenni, esprimendo una sorta di giudizio anche a nome loro. Questa proposta, che rivoluzionerebbe il classico sistema liberale di sovranità popolare (“ogni cittadino un voto“) sostituendolo con quello per famiglie, è stata incoraggiata da autorevoli esponenti politici, come l’ex presidente tedesco Roman Herzog, il presidente del parlamento Wolfgang Thierse ed il costituzionalista Paul Kirchhof.

In Italia si potrebbe sperimentare tale sistema almeno per le elezioni amministrative, considerando il voto “in vece” dei figli a partire dal loro concepimento accertato da un professionista (tramite il rilascio del c.d. “certificato di gravidanza”). Tale riforma darebbe attuazione anche ad uno dei principi più sacrosanti della nostra Costituzione repubblicana. Quello, cioè, stabilito dall’articolo 31 in virtù del quale «La Repubblica agevola la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose». Credo che le esigenze di queste ultime sarebbero prese in maggiore considerazione dai nostri politici se fossero dotate di tanti voti quanti sono i propri componenti…

FONTE: Fides Cattolica. Rivista di apologetica teologica – Anno III n. 2 – Frigento (AV) luglio-dicembre 2008 – pp. 583-592.

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1 Il titolo originale in latino della Lettera pontificia è “Gratissimam Sane”, dalle prime parole usate nel suo testo da papa Wojtyla per illustrare la “gradita occasione” di parlare alle famiglie del mondo in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia che, istituito dall’ONU nel 1994, è stato celebrato anche nel 2004. Per un approfondimento specifico del documento pontificio cfr. José Gil Llorca, La communio personarum en la “Gratissimam sane” de Juan Pablo II: elementos para una antropología de la familiaSiquem, Valencia 1999.

2 Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglieLibreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1994, pp. 57 e 60.

3 Per una selezione antologica di tutto il magistero di Giovanni Paolo II sui temi familiari e sociali cfr. Giancarlo Grandis (a cura di), Familia via Ecclesiae: il magistero di papa Wojtyla sul matrimonio e la famiglia, con una Prefazione di Carlo Caffarra ed una Postfazione di Giovanni Battista Re, Cantagalli, Siena 2006.

4 È il caso del prof. Carlo Nardi che, in un suo saggio pubblicato sulla Rivista di teologia e scienze religiose dello Studio teologico fiorentino, spiega come il magistero di Giovanni Paolo II sulla sovranità familiare, sia «[…] relativizzato dallo stesso magistero ecclesiastico alla luce del prevalente principio del bene comune dell’intera famiglia umana (Pacem in terris, n. 4)» [Carlo Nardi, Sovranità della famiglia? Fra pedagogia e teoria della politica, in Vivens homo, anno VII, n. 2 luglio-dicembre 1996, (pp. 337-361) p. 339].

5 Ciò sebbene il punto 17 della Lettera alle famiglie, che contiene ed esplicita il concetto di sovranità della famiglia, sia ampiamente citato in due occasioni dallo stesso Compendio (cfr. Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della ChiesaLibreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2004, pp. 118 e 141). Sull’argomento cfr. la tesi di dottorato discussa alla Pontificia università Lateranense da Sara Savarese: La famiglia nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa del 2004, s.n., Roma 2005.

6 Pier Luigi Zampetti, La Sovranità della Famiglia e lo Stato delle autonomieRusconi, Milano 1996, p. 7.

7 Ibid., pp. 81 e 86.

8 Pedro-Juan Viladrich, La famiglia “sovrana”, in L’Osservatore Romano, Città del Vaticano 15 giugno 1994, p. 5. Dello stesso Autore, a proposito delle medesime tematiche, cfr. il più recente: La institución del matrimonio: los tres poderesRialp, Madrid 2005.

9 Cfr. Pontificio consiglio per la famiglia (a cura di), Enchiridion della famiglia: documenti magisteriali e pastorali su famiglia e vita, 1965-2004, 2a ed., EDB, Bologna 2004, pp. 1309-1336.

10 Ibid., pp. 1333-1334.

11 Luigi Campiglio, Famiglia ed equità generazionale: urgono nuove misure, in Benecomune.net, 7 aprile 2008 (www.benecomne.net).

12 Ermanno Pavesi, La crisi della famiglia e l’ideologia della “morte del padre”, in Cristianità, anno XXIX, n. 304, Piacenza marzo-aprile 2001, (pp. 21-30) pp. 26 e 30.

13 Si può trovare una prima formulazione del principio del “voto familiare” nell’art. 13 del Progetto di Costituzione per lo Stato romano che Rosmini diffuse nel febbraio del 1848 al fine di tentare (ma senza successo) di favorire un esito riformistico ai movimenti ed alle agitazioni che infiammarono anche le élites liberali presenti all’interno dello Stato della Chiesa. Nel citato articolo così si poteva infatti leggere: «Il diritto elettorale è esercitato da’ soli uomini. Può essere esercitato per procuratore: il padre, il marito, il tutore e il curatore lo esercitano pei figliuoli non emancipati, per la moglie, pei minori, per gl’interdetti; i voti mancanti in ogni Collegio sono suppliti dal Governo» [Antonio Rosmini, Progetto di Costituzione per lo Stato romano, in Progetti di CostituzioneSaggi editi ed inediti sullo Stato, con un’Introduzione (pp. IX-XCIII) di Carlo Gray, F.lli Bocca , Milano 1952, (pp. 3-63) p. 7].

14 A. Rosmini, La Costituzione secondo la giustizia sociale, prima edizione, Redaelli, Milano 1848; successivamente in Idem, Progetti di Costituzione… op. cit., (pp. 67-239) pp. 210 e 212. Tale significativa opera rosminiana sta ultimamente riscuotendo u rinnovato interesse da parte di vari studiosi della dottrina sociale cattolica come dimostrano, fra l’altro, diverse tesi di dottorato concesse presso università pontificie [cfr., ad es.: Dennis Kamalick, The ontological basis for constitutional law as expressed in “La costituzione secondo la giustizia sociale” by Antonio Rosmini-Serbati (tesi discussa il 21 aprile 1994 presso la facoltà di Filosofiadell’università Gregoriana), s.n., Chicago (IL) 1994, pp. 131] ma, soprattutto, la sua recente traduzione negli Stati Uniti da parte di Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni (cfr. A. Rosmini, The Constitution Under Social JusticeLexington Books, Lanham-Md. 2007).

15 Per un profilo bio-bibliografico dell’arcivescovo di Malines e primate del Belgi (1906-1926), che fu anche noto filosofo neoscolastico e fondatore della “Scuola di Lovanio”, cfr. Cornelio Andrea Graiff-Carla Canullo, Mercier, Desiré, in Fondazione del centro di Studi Filosofici di Gallarate (a cura di), Enciclopedia Filosofica, terza edizione, Bompiani, Milano 2006, volume ottavo,pp. 7307-7309.

16 Il Codice Sociale di Malines fu originariamente pubblicato in francese, cfr.: Union internationale d’études sociales Malines, Code social: esquisse d’une synthèse sociale catholiqueEditions Spes, Paris 1927 (II ed.: Paris 1936).

17 Unione internazionale di studi sociali, Codice sociale: schema d’una sintesi sociale cattolicaEdizioni La Civiltà Cattolica, Roma 1944, p. 48.

18 Ferruccio Pergolesi, Codice sociale: schema di una sintesi sociale cattolica della “Unione internazionale di studi sociali” di MalinesG.C. Sansoni, Firenze 1946, p. 72, nt. 7.

19 Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, cit in Pontificio Consiglio per la Famiglia, Enchiridion della famiglia… op. cit., (pp. 507-520) p. 517.

20 Non mi riferisco alla pseudo-risposta al problema della rappresentanza politica della famiglia del cancelliere socialdemocratico austriaco Alfred Gusenbauer che, nel 2007, diminuendo a 16 anni l’età minima per l’esercizio del diritto di voto, ha così ritenuto di «[…] reagire all’invecchiamento della popolazione e occuparsi dei giovani» (cit. in L. Campiglio, “E la politica cambierebbe”Avvenire, 28 marzo 2008.

21 Penso ad esempio alle ACLI guidate a livello nazionale dall’attuale senatore della Repubblica Luigi Bobba, od all’Associazione Nazionale Famiglie Numerose che, nel suo primo Convegno Nazionale tenutosi a Firenze il 26 novembre 2006, sotto il patrocinio della Regione Toscana ha lanciato la proposta e lo slogan «“Un figlio, un voto”, da dare alla coppia dei genitori, secondo criteri intorno a cui si dibatte» (cfr. A.N.F.N., Primo Convegno Nazionale sul “Voto per i figli”,www.famiglienumerose.it).

22 Penso soprattutto al lavoro portato avanti negli ultimi anni dall’Unione Internazionale delle Famiglie di Schönstatt, fondata dal sacerdote tedesco Josef Kentenich (1885-1968) ed oggi guidata dai coniugi Norbert e Renate Martin, quest’ultimo Vicepresidente dell’Istituto MEDO e componente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Tale associazione ha avuto fra l’altro l’onore di essere ricevuta, in occasione dell’ultimo Capitolo Generale tenutosi nel gennaio 2005, da Giovanni Paolo II, poco prima della sua morte (cfr. Il mondo ha bisogno più che mai di famiglie sane, constata il Papa. Ricevendo il capitolo della Unione Internazionale delle Famiglie di Schönstatt, in Zenit. Agenzia Internazionale di notizie, 20 gennaio 2005; per il testo del discorso rivolto all’Unione da papa Woityla al termine dell’udienza cfr. “Riscoprite l’Eucaristia per vivere pienamente la bellezza e la missione della famiglia”. Ai partecipanti al Capitolo Generaledella Unione Internazionale delle Famiglie di Schönstatt, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXVIII, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2006, pp. 66-67).

23 Lo studioso tedesco fu prescelto dal Pontificio Consiglio per la Famiglia per animare uno dei 12 gruppi di lavoro, dedicato proprio alla sovranità della famiglia nella società, fra quelli organizzati in occasione del Congresso, tenutosi durante l’Anno Internazionale dell’ONU presso la Pontificia Università Lateranense, dedicato alla Famiglia: cuore della civiltà dell’amore

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